L'amore per la vita si esprime spesso nel coraggio, nella fortezza e nella giustizia. Nello stesso tempo, si mostra nell'umiltà, nell'ascolto e nella compassione. Difende sempre la verità e, nel migliore dei casi, riesce a costruire un'autentica amicizia. Bisogna dare la vita a tutti, sia a quelli che si trovano in pericolo materiale di perderla, sia a quelli che si trovano in pericolo spirituale di rubarla. Tutti hanno bisogno della nostra sollecitudine, e non dobbiamo dimenticare che colui che fa il male riceve più danno di colui che lo subisce.Per questo motivo occorre fissare la nostra attenzione sulle vittime, forse ancora più distrutte dei bambini che non nasceranno o degli anziani che muoiono anzitempo. Sono i responsabili dell'aborto e dell'eutanasia. A loro occorre aiuto per uscire dal loro errore e rivedere i loro atteggiamenti.
Per tutti occorre un buon amico: infonde coraggio, luce e speranza, anche se la notte è oscura.
Aiuta l'altro a uscire dalla depressione dopo una grande caduta. Gli dà il coraggio necessario per rialzarsi e la forza per assumersi le proprie colpe, con tutte le conseguenze. E non per ultimo, risveglia in lui l'entusiasmo di schierarsi nuovamente per la vita. Anche quando la notte è buia, quando le condizioni economiche sono drammatiche, anche quando lo sono quelle morali.
Proprio a causa della massificazione e dell'nonimato, tanto caratteristici dei nostri giorni, abbiamo bisogno di luoghi caldi, di spazi nei quali possiamo sentirci come a casa nostra. Per molti nostri contemporanei, l'amicizia costituisce il focolare e la patria in mezzo a una terra senza patria e senza focolare. Amare e difendere la vita vuol dire lottare anche contro la povertà.
Il messaggio dei nostri Vescovi
“LA FORZA DELLA VITA UNA SFIDA NELLA POVERTÀ”
Chi guarda al benessere economico alla luce del Vangelo sa che esso non è tutto, ma non
per questo è indifferente. Infatti, può servire la vita, rendendola più bella e apprezzabile e
perciò più umana.
Fedele al messaggio di Gesù, venuto a salvare l’uomo nella sua interezza, la Chiesa si impegna
per lo sviluppo umano integrale, che richiede anche il superamento dell’indigenza e del
bisogno. La disponibilità di mezzi materiali, arginando la precarietà che è spesso fonte di
ansia e paura, può concorrere a rendere ogni esistenza più serena e distesa. Consente,
infatti, di provvedere a sé e ai propri cari una casa, il necessario sostentamento, cure mediche,
istruzione. Una certa sicurezza economica costituisce un’opportunità per realizzare pienamente
molte potenzialità di ordine culturale, lavorativo e artistico. Avvertiamo perciò
tutta la drammaticità della crisi finanziaria che ha investito molte aree del pianeta: la
povertà e la mancanza del lavoro che ne derivano possono avere effetti disumanizzanti. La
povertà, infatti, può abbrutire e l’assenza di un lavoro sicuro può far perdere fiducia in se
stessi e nella propria dignità. Si tratta, in ogni caso, di motivi di inquietudine per tante
famiglie. Molti genitori sono umiliati dall’impossibilità di provvedere, con il proprio lavoro, al
benessere dei loro figli e molti giovani sono tentati di guardare al futuro con crescente rassegnazione
e sfiducia.
Proprio perché conosciamo Cristo, la Vita vera, sappiamo riconoscere il valore della vita
umana e quale minaccia sia insita in una crescente povertà di mezzi e risorse. Proprio perché
ci sentiamo a servizio della vita donata da Cristo, abbiamo il dovere di denunciare quei
meccanismi economici che, producendo povertà e creando forti disuguaglianze sociali, feriscono
e offendono la vita, colpendo soprattutto i più deboli e indifesi.
Il benessere economico, però, non è un fine ma un mezzo, il cui valore è determinato dall’uso
che se ne fa: è a servizio della vita, ma non è la vita. Quando, anzi, pretende di sostituirsi
alla vita e di diventarne la motivazione, si snatura e si perverte. Anche per questo Gesù ha
proclamato beati i poveri e ci ha messo in guardia dal pericolo delle ricchezze (cfr Lc 6,20-
25). Alla sua sequela e testimoniando la libertà del Vangelo, tutti siamo chiamati a uno stile
di vita sobrio, che non confonde la ricchezza economica con la ricchezza di vita. Ogni vita,
infatti, è degna di essere vissuta anche in situazioni di grande povertà. L’uso distorto dei
beni e un dissennato consumismo possono, anzi, sfociare in una vita povera di senso e di
ideali elevati, ignorando i bisogni di milioni di uomini e di donne e danneggiando irreparabilmente la terra, di cui siamo custodi e non padroni. Del resto, tutti conosciamo persone
povere di mezzi, ma ricche di umanità e in grado di gustare la vita, perché capaci di disponibilità
e di dono.
Anche la crisi economica che stiamo attraversando può costituire un’occasione di crescita.
Essa, infatti, ci spinge a riscoprire la bellezza della condivisione e della capacità di prenderci
cura gli uni degli altri.
Ci fa capire che non è la ricchezza economica a costituire la dignità stessa della vita perché è la vita stessa la prima radicale ricchezza, e perciò va strenuamente difesa in ogni suo stadio,
denunciando ancora una volta, senza cedimenti sul piano del giudizio etico, il delitto dell’aborto.
Sarebbe assai povera ed egoista una società che, sedotta dal benessere, dimenticasse
che la vita è il bene più grande. Del resto, come insegna il Papa Benedetto XVI nella recente
Enciclica Caritas in veritate, “rispondere alle esigenze morali più profonde della persona ha
anche importanti e benefiche ricadute sul piano economico” (n. 45), in quanto “l’apertura
moralmente responsabile alla vita è una ricchezza sociale ed economica” (n. 44).
Proprio il momento che attraversiamo ci spinge a essere ancora più solidali con quelle madri
che, spaventate dallo spettro della recessione economica, possono essere tentate di rinunciare
o interrompere la gravidanza, e ci impegna a manifestare concretamente loro aiuto e
vicinanza. Ci fa ricordare che, nella ricchezza o nella povertà, nessuno è padrone della propria
vita e tutti siamo chiamati a custodirla e rispettarla come un tesoro prezioso dal
momento del concepimento fino al suo spegnersi naturale.
(Memoria della Beata Vergine del Rosario)
La testimonianza di una donna pentita
Mi chiamo Rita. Ve lo confesso, non è il mio vero nome: ho deciso così per rispetto alla mia famiglia. Ho cinquant’anni, sapete, e una bella famiglia. Grazie a Dio ho un buon marito, che con me condivide un percorso di fede, e due figli che amo tantissimo: Fabrizio, già sposato, e Irene.
Sono felice, ma…Ecco, nella mia vita c’è un ma. Legato ad un triste evento, accaduto ormai tanti anni fa. Ecco, quell’evento ha sconvolto la mia vita. Voglio farvene partecipi.
Mi sono sposata giovanissima: quasi subito nacque Fabrizio. Fabrizio aveva circa un anno quando rimasi nuovamente incinta. Accolsi molto male, sin da subito, la nuova gravidanza. Le cause? Forse la mia giovane età, forse la stanchezza dell’essere neo-mamma. Forse perché mai nessuno mi aveva fatto capire l’importanza di una vita umana custodita nel grembo di una donna. Decisi di praticare l’aborto. Una decisione presa anche con l’accordo di mia madre.
Subito dopo l’aborto, però, cominciai a provare un grande rimorso. Un senso di vuoto, di cattiveria che mi attanagliava sempre più il cuore. Avevo cominciato a percepire di aver distrutto una vita. Nel frattempo avevo iniziato un percorso di avvicinamento a Dio. Nacque in me il desiderio di confessarmi per affidare al nostro Dio di misericordia e di bontà il mio grande peccato. Ma anche dopo la confessione continuai a pensarci. E a stare male. Questo malessere mi accompagnò per diversi anni. Il mio pensiero correva spesso a quella figlia – ero sicura che fosse una bimba - che avevo rifiutato ma che dal momento dell’aborto portavo continuamente nel cuore e nella mente. Cercavo di immaginarla… Addirittura ne contavo anche gli anni.
Un giorno fui invitata in un incontro di preghiera. Il Signore mi parlò per mezzo di una persona, che disse: “Nell’assemblea c’è una donna che tanti anni fa ha abortito e dentro di lei c’è ancora tanto dolore. Ma Dio l’ha perdonata perché lei non conosceva il grande dono della vita, non conosceva la gravità del peccato, non conosceva Dio”.
Scoppiai subito a piangere e sentii un forte calore che pian piano invadeva tutto il mio corpo. Sentii forte l’abbraccio amorevole di Gesù. Sentii in me la sua grazia. Sperimentai il perdono di Dio, l’amore di Dio e improvvisamente mi sentii più leggera. Qualche tempo dopo io ho potuto, per grazia di Dio, vedere mia figlia. E’ stato in un sogno bellissimo, che rimarrà per sempre impresso nella mia mente. Era circondata da alberi e in piena luce ci siamo abbracciate.
Dò testimonianza di questi fatti per contribuire a risvegliare quelle coscienze sopite che non percepiscono, come me tanti anni fa, il valore della vita, dono prezioso di Dio. Gli esseri umani non appartengono a nessuno, nessuno può decretarne la vita o la morte. L’aborto è un delitto. Il mio è un messaggio a tutte quelle donne che, travolte da difficoltà economiche e da travagli interiori, spinte dalla superficialità e dall’egoismo, pensano di praticarlo. La maternità è un dono: non si rifiutano i doni. L’amore di un bambino è gratuito, non chiede nulla in cambio. Dio è amore: se amiamo Lui non possiamo non amare, o addirittura rifiutare, recidendola, la vita che sta per nascere. L’aborto spezza il rapporto privilegiato che un’anima ha con Dio: a tutte le donne, e agli uomini che spesso – o quasi sempre – sono compagni colpevoli e inerti di questo delitto, rivolgo perciò un accorato appello affinchè, prima di compiere un atto così grave e contro natura, riflettano e si rivolgano a quanti, sacerdoti e consultori cattolici, possano indirizzarli ed aiutarli.
P. S. Non ritengo di aggiungere altro. Se non l'invito, per chi può, a pregare davanti alla cappella del cimitero di Misilmeri che accoglie i piccoli defunti per alcuni minuti in memoria dei bimbi non nati.
Per la celebrazione o la preparazione alla Giornata proponiamo di utilizzare questi brevi
testi. Essi sono volutamente “aperti”: opportunamente adattati, possono essere utilizzati per
incontri, per la preghiera dei fedeli o per una preghiera corale dopo la comunione. I contenuti,
di immediata lettura, aiutano ripercorrere le tracce di alcuni santi milanesi che hanno visto
l’urgenza di schierarsi per la vita e hanno dato una risposta ferma, pagando di persona.
I NOSTRI SANTI AMARONO LA VITA
Carlo Borromeo
Amò la vita e la donò interamente a Dio e per il servizio alla nostra
Chiesa. Fu nostro Vescovo in tempi non facili. Durante la peste
organizzò l’assistenza ai malati curando egli stesso l’amministrazione
dei sacramenti. Arrivò a spogliare la sua casa di tutti gli
arredi e a donare persino il proprio letto per amore dei poveri.
Signore, donaci attenzione e rispetto costruttivo verso i molti gesti di attenzione alla vita che
la nostra Chiesa, tuo popolo sacerdotale, compie anche oltre i confini della stessa Diocesi.
Insegnaci a non sopportare la povertà di tanta gente e a far di tutto perché ogni uomo sia
integro nella sua dignità.
Gianna Beretta Molla
Amò la vita e la donò interamente a Dio trovando la radice
della propria santità nel sacerdozio battesimale di cui parlò
diffusamente nelle sue catechesi. Inserita responsabilmente,
fin da giovane, nella vita della Chiesa attraverso l’Azione
Cattolica. Si prese cura della propria famiglia e dei malati che
si affidarono alle sue cure di medico. Per la vita della sua bambina
non esitò ad affrontare una gravidanza rischiosa e a dare
se stessa per lei, che aveva diritto a nascere. Fu donna profondamente
missionaria nel cuore e nelle opere.
Signore, benedici chi accoglie la vita e l’apprezza, chi la dona a servizio degli altri; sostieni
chi la custodisce e la difende e dona il tuo Spirito a tutti i medici, agli infermieri e a coloro
che assistono chi soffre nel corpo e nello spirito. Perdona chi rifiuta la vita, chi la disprezza e
la impiega ostinatamente nel male. Dona speranza ai genitori che attendono con amore i
bimbi che stanno per nascere e si spendono pazientemente per i figli che devono crescere
Carlo Gnocchi
Amò la vita e la donò interamente a Dio come discepolo vero di
Gesù e come prete diocesano. Uomo di pace, coinvolse nella
sua opera straordinaria molti altri uomini di buona volontà.
Risvegliò in molti il significato vocazionale e autentico della
vita di chi partecipa alla missione della Chiesa verso i poveri.
Dialogò con loro e li convinse che, nel fratello, potevano incontrare
quel Dio che molti di loro cercavano come a tentoni. Si
prese a cuore la sorte di tanti piccoli sofferenti. Fu un educatore
solerte.
Signore, donaci ancora profeti della pace, capaci di dialogo costruttivo con tutti in difesa
della dignità di ciascun uomo che soffre. Donaci anche passione educativa perché là dove
il valore della vita è negato, sappiamo dire parole giuste, ferme, ma insegnaci anche a consolare,
a guarire le ferite dell’egoismo che per il vantaggio di pochi o di un’ideologia, non
rispetta la vita di chi è povero, solo, rifiutato, senza lavoro e senza pace in questo mondo.


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