domenica 28 giugno 2009

Mariano De Caro, uno scomodo antimafioso

Ci sono vite che riescono a rappresentare il paradigma di un’epoca, riproponendo attraverso le proprie vicende dilemmi e fermenti, valori e tematiche che li rendono esemplari di un’intera stagione culturale. La storia di Mariano De Caro, avanguardista caduto nel 1921 a Misilmeri, in provincia di Palermo, sotto i colpi di fucile della mafia locale, si presta bene ad interpretare il sogno di una generazione che, con l’impegno civile e la passione politica, voleva trasformare il mondo o almeno un frammento di esso. La vicenda umana di Mariano De Caro (1896-1921), primo misilmerese vittima della mafia, è emersa grazie alle pazienti ricerche d’archivio di un misilmerese, Francesco Paolo Lo Dico. Ma a rimarcare che nessuna indulgenza per taluni è ancora oggi possibile per tutti quei giovani entusiasti che credettero sinceramente nel fascismo-movimento in nome di una vocazione socialrivoluzionaria, la sua memoria in paese è completamente sopita. Il sacrificio di Mariano De Caro, un ragazzo dal viso spigoloso e dallo sguardo diretto, sostenitore dei fasci di combattimento e oppositore ferreo della mafia locale, è per i più ovviamente da lasciare nei fondali del passato. Riporta una lapide sul luogo dell’omicidio: “Per Mariano De Caro fascista qui caduto il 7 aprile 1921 in avanguardia sulle insidiate vie di un sogno di redenzione cui egli diede con siciliana passione la sua balda giovinezza quando il farlo parea follia ed era eroismo Misilmeri nell’alba radiosa della raggiunta realtà pone con fede littoria ad onore ad esempio a monito” (Cesare Mori, 1928). Una parolina, quel “fascista”, che cancella in un attimo l’impresa da eroi del giovane De Caro, destinandolo ingenerosamente alle fosse comuni del disprezzo universale. Il dubbio che si insinua – se anche le vittime di mafia hanno un colore politico – è ovviamente certezza. Forse il fastidio maggiore non è suscitato dalla lapide, forse, per offendere le coscienze “democratiche”, basta incautamente, nel regno dei corleonesi, parlare di mafia e antimafia, seppure rapportati ad una vita così lontana nel tempo, ad un giovane poco più che ventenne nella prima metà del secolo scorso, quando ancora i fasti del Ventennio erano così lontani. Il che confermerebbe ciò che dice il polacco Stanislaw Jerzy Lec, ovvero che prudenza vuole che non si parli di corda né in casa dell’impiccato né in casa del boia.
E allora ricordiamo Mariano dapprima studente modello alla Real Scuola Tecnica “Gagini” di Palermo, dove studia ragioneria. Lo ritroviamo recluta allo scoppio della Grande Guerra mentre durante le ore estenuanti in trincea stringe al petto la sua copia del libro di preghiere “Le massime eterne”. Ci appare per qualche momento a Fossalta di Portogruaro in divisa da tenente del Regio Esercito Italiano intento a scrivere una cartolina alla madre Filippa: “Sto benissimo, saluti e baci affettuosi. In marcia per Trieste!”. Con lo sguardo lo accarezziamo quando, ritornato alla vita civile, riprende gli studi e si commuove al cinema “Vittoria”, in paese, durante la proiezione del film “La leggenda del Piave”. Scorre fugace l’immagine di un’Italia spaesata e disastrata, dove i combattenti reduci sono spesso derisi ed impera il disordine. De Caro aderisce con entusiasmo al movimento dei fasci di combattimento, anzi ne è il promotore in paese. In questo periodo, in Sicilia come altrove, essere fascisti comportava più rischi che vantaggi. In quei mesi sono due gli elementi portanti della sua vita: l’impegno civile e lo studio. Lo documentano le decine di lettere che invia ai numerosi amici conosciuti durante la guerra. Fonda il Circolo degli Studenti, che mette in atto un’opera lenta, paziente, tenace di penetrazione spirituale nella classe giovanile studentesca per destarla dal torpore nel quale si era adagiata ed ispirarle una coscienza salda e intemerata. Grave delitto, in un paese per il quale in quegli anni era ormai convenuto che, dovendo citare un comune malfamato, un centro di delinquenza, ci si riferisse. Un centinaio di facinorosi rappresentavano l’impalcatura fangosa sulla quale poggiava il suo incontrastato dominio la mafia locale, che speculava sugli operai e sui padroni. Lo smilzo ragioniere appare ora mentre prende coraggiosa posizione contro il fenomeno mafioso nelle riunioni pubbliche. E’ certamente consapevole dei rischi che corre. A Misilmeri era, allora come ora, in atto una faida sanguinosa tra due cosche rivali che si contendevano il controllo del territori a colpi di lupara. Difficile, dunque, pensare che Mariano De Caro non avesse messo fin dall’inizio nel conto la possibilità di subire attentati per aver affrontato a viso aperto i mafiosi del paese ed organizzato strutture per contrastarli. Il suo coraggio, la sua imperturbabilità verso i pettegolezzi seminati ad arte che ne infangavano l’onore, il suo sprezzo del pericolo vengono spezzati con sei colpi di fucile in piazza Fontana Nuova, oggi Cosmo Guastella, ricordata col vecchio nome di “Chianu di li furchi” perché vi si eseguivano in passato le condanne a morte. Era il 7 aprile 1921.

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