martedì 15 settembre 2009

I carabinieri e i moti del 1866

1. Tra qualche giorno ricorre il 143° anniversario della “Rivoluzione del sette e mezzo” in cui rimasero uccisi 42 Carabinieri. Dal 16 al 22 settembre 1866, a Palermo ed in Provincia, vi fu una sollevazione popolare che passo alla storia per la sua durata di sette giorni e mezzo.
Fu una violenta dimostrazione e battaglia antisabauda, avvenuta al termine della Terza guerra d'Indipendenza, organizzata da partigiani borbonici, garibaldini delusi, réduci dell'esercito meridionale.
Tra le cause vi fu la crescente miseria della popolazione, la vessazione dei funzionari statali sabaudi, che consideravano quasi barbari i siciliani e vessatorie tasse introdotte.
Quasi 4.000 rivoltosi assalirono prefettura, caserma ed altri palazzi pubblici.
La città restò in mano agl'insorti e la rivolta si estese nei giorni seguenti anche nei paesi limitrofi, come Monreale e Misilmeri: fu stimato che in totale i rivoluzionari armati fossero circa 35.000 in provincia di Palermo. Dovettero intervenire le forze armate mentre le navi della Marina Militare bombardarono la città: intervenirono oltre 40.000 militari. Alla fine furono oltre 200 le perdite da parte dello Stato, tra cui 42 Carabinieri, mentre non si conosce il numero dei civili uccisi o giustiziati.
2. Nel 1866 il Corpo dei Carabinieri nell’Isola era costituito in unica Legione, con competenza territoriale che si estendeva per tutta la Sicilia - comandata dal Colonnello dei Carabinieri reali Edoardo Sannazzaro di Giarolle – ed era suddivisa nelle Divisioni di Palermo, Caltanissetta e Messina.
La Divisione di Palermo aveva in organico 793 uomini ripartiti nelle compagnie di “Palermo-Interna”, “Palermo-Esterna”, Trapani ed in 87 Stazioni.
Dalla Compagnia di “Palermo-Interna” dipendevano le Stazioni: Principale, San Giacomo la Marina, Quattro Canti di Città, Albergheria, Noviziato, Monte di Pietà, Santa Lucia al Borgo, Quattro Canti di Campagna, Ai Colli, Molo, Olivuzza, Piano del Carmine, Piazza della Marina.
Nei primi mesi del 1866, la sconfitta di Custoza e il disastro di Lissa avevano scosso l’opinione pubblica ed in Sicilia si aggiungeva un certo sentimento di delusione verso il Governo di Torino.
Di tale malcontento ne approfittarono alcuni sobillatori e gruppi di malavitosi che si fecero promotori dei moti popolari di Palermo, con la speranza che l’insurrezione si sarebbe estesa nelle altre province siciliane.
Nella notte del 15 settembre 1886 i rivoltosi iniziarono ad affluire a Palermo con l’intenzione di impossessarsi della città e travolgere le poche truppe di Presidio e di annientare i Carabinieri che, come sempre, si distinsero per coraggio e zelo. La mattina del 16 settembre 1866, una pattuglia composta dai Carabinieri a cavallo, GIURAUDO Lorenzo, PINI Lorenzo, RIVOLTA Paolo, ROLFO Giovanni e SCUDERI Orazio, della stazione principale di Palermo, durante un servizio di perlustrazione, nei pressi del Borgo dei Porrazzi (attuale Piazza Turba), veniva assalita dagli insorti che, sparando all’impazzata, uccisero i Carabinieri RIVOLTA Paolo, ROLFO Giovanni e SCUDERI Orazio (nativo di Catania).
I militi GIURAUDO Lorenzo, PINI Lorenzo, dopo disperata difesa corsero in caserma a portare la notizia dell’accaduto. Comandava la Compagnia “Palermo-Interna” il Capitano ALLASIA, che saputo dell’imboscata, organizzò con il sottotenente GORI Luigi due drappelli, che si posero alla ricerca della banda dei rivoltosi. Il drappello agli ordini del sottotenente GORI Luigi, intercetta verso Porta S.Agata la banda degli assalitori, ma da una casa vicina i carabinieri vengono fatti segno di colpi di fucile. Il GORI lasciò parte dei suoi uomini a tenere a bada i rivoltosi della strada e con altri si diresse verso la casa donde si sparava riuscendo ad arrestare dieci individui. Constatato che il numero dei rivoltosi era accresciuto decise di ritirarsi traducendo i catturati al Quartiere di San Giacomo.
Inoltre, alle prime luci dell’alba del 16 settembre a Palermo, il Tenente LAMPONI Raffaele al comando di 21 Carabinieri e di 40 granatieri del 10° di Sardegna, diretto a Boccadifalco, dove erano state segnalate bande di ribelli, dovette ripiegare in città. Assaliti dai rivoltosi ai Quattro Canti di Campagna respingendo alla baionetta i violenti attacchi di accerchiamento, riescono a rientrare al Quartiere militare. In questa azione si distinse il Brigadiere BEATA Giovanni, che pur gravemente ferito incoraggiava i suoi dipendenti al grido di “Viva il Re”.
Ha così inizio la “Rivoluzione del sette e mezzo” ed i rivoltosi, sempre più numerosi prendono d’assalto le stazioni dei carabinieri di Piano del Carmine - dove uccidono il Brigadiere PORRO Luigi e feriscono gravemente il Carabiniere CONCARO Pietro – e quella del Noviziato – dove il Carabiniere QUADRIO Antonio viene gravemente ferito al ventre (morirà il 17 settembre 1866). Alla Stazione Olivuzza – la moglie del Brigadiere comandante, certa MAZZIA Maria è ridotta in fin di vita per avere difeso un immagine di Vittorio Emanuele II.
Sempre nella giornata del 16 settembre a Boccadifalco – vengono fucilati dagli insorti l’appuntato CANAVOTTO Sebastiano e il carabiniere ZENTI Luigi; a Belmonte Mezzagno – avviene l’ uccisione del Brigadiere SANTAGOSTINO Giacomo, mentre ad Acqua dei Corsari, nel corso di un conflitto a fuoco, cadono uccisi i carabinieri BISENZONE Francesco e SCIOCCO Giuseppe, della Stazione di Villabate.
A questo punto tutta la Provincia è in rivolta e le truppe governative, ormai soprafatte si asserragliano nelle guarnigioni. Solamente i Carabinieri presidiano il territorio, continuando ad essere perseguitati, infatti a Tommaso Natale gli insorti assalgono la caserma, uccidendo il Carabiniere FURISANO Francesco ed a Montelepre, uccidono il Carabiniere CARLINI Carlo.
Nella piazza del Comune di Monreale – il Carabiniere BUSACHELLI Giuseppe, imita Scapaccino. Fatto prigioniero dai ribelli gli viene imposto di gridare viva la Repubblica. Si rifiuta e grida “Viva il Re” ed è ucciso.
A Palermo, ormai sotto il totale controllo dei ribelli, quasi tutte le Stazioni dei Carabinieri vengono completamente saccheggiate, ad esclusione di quella Principale, di San Giacomo la Marina e del Molo.
Anche le Porte della Città sono nelle mani dei rivoltosi, meno Porta Nuova, difesa esclusivamente dai Carabinieri.
Continua incessante l’azione di attacco e di massacro verso i militari dell’Arma.
Il diciassette settembre 1866 nel Comune di Santa Maria di Ogliastro (il 30 dicembre 1882 assunse l’attuale denominazione di Bolognetta), il Brigadiere TARONI Luigi, comandante della locale Stazione con i suoi 11 uomini - tutti carabinieri a cavallo (BAGILEO Nicola, CATGIU Francesco, D’URSO Francesco, DI MOLFETTA Mauro, FLACCHINI Nicola, GARGIULLO Gaetano, PANIZZA Pietro, PASTORI Michele, PRATO Antonio e TETTEMANTI Luigi) - decise di dare la caccia ai briganti ed ai rivoluzionari che stavano compiendo le peggiori scorrerie nelle campagne tra Ogliastro e Marineo.
Si mise in marcia alla volta di Marineo. Giunto alla località chiamata Rocca Bianca, fu attaccato da una nutrita banda di malavitosi. I carabinieri riuscirono a respingere l’attacco, caricando a ordine sparso. Nel corso del breve attacco cadde gravemente ferito il carabiniere CATGIU, mentre il D’URSO ed il GARGIULLO riportarono lievi ferite ma si trovarono dispersi nelle campagne, riuscendo a stento a raggiungere Vallelunga e Corleone.
Gli altri Carabinieri del drappello tentarono di trasportare il CATGIU ad Ogliastro che intanto era insorta, costretti a rifugiarsi nell’abitazione di certo ROMANO Camillo, che impaurito li esortava ad andarsene via. Ma né il TARONI né gli altri intendevano abbandonare il moribondo e, pertanto, si disposero ad una eventuale difesa.
Frattanto sopraggiunse al rifugio il sindaco di Ogliastro, certo MOSCA, accompagnato dal capitano della Guardia Nazionale DEL LUNGO e dal notaio BINANTI, i quali esortarono TARONI ed i suoi uomini ad uscire dalla casa senza armi per non esacerbare la folla dei tumultuosi, promettendo loro la salvezza. Nel frattempo era spirato il carabiniere CATGIU Francesco. Allora il comandante della Stazione cedette alle esortazione del sindaco, fece deporre le armi, ma il carabiniere PANIZZA Pietro, poco fiducioso delle parole del Sindaco, nascose la propria rivoltella.
Appena usciti dall’abitazione furono accerchiati ed assaliti dai rivoltosi e quindi costretti a raggiungere di corsa la caserma ed a barricarvisi, ma i rivoltosi – sempre più inferociti – tentarono di abbattere la porta d’ingresso. Allora in brigadiere TARONI, presa la rivoltella del PANIZZA, seguito da tre suoi uomini affrontò gli assalitori, Ma questi trucidarono i carabinieri PASTORI Michele e DI MOLFETTA Mauro. Risalendo le scale il Brigadiere freddò un assalitore ed a questo punto la folla trascinò i corpi dei due carabinieri al ludibrio di popolo.
Il TARONI conscio dell’imminente fine che lo aspettava, spalancando la finestra e sventolando il tricolore gridò: VIVA L’ITALIA.
La marmaglia attaccò massicciamente la Caserma ed i carabinieri capirono di essere ormai perduti e per non cadere vivi nelle mani dei rivoltosi decisero di darsi volontariamente la morte con le cinque pallottole rimaste nel revolvers.
Istantanea fu la morte per il TARONI, il TETTEMANTI, il FLACCHINI ed il PRATO. Il carabiniere BAGILEO spirò il giorno dopo. L’unico che si salvò fu il PANIZZA.
Il "Giornale di Sicilia" del 24 settembre 1866 scriveva: "A Misilmeri si commisero atrocità senza esempio e senza riscontro negli annali della più efferata barbaria".
Ma come spesso accadde la vittima principale delle atrocità fu l’Arma dei Carabinieri.
Dei 29 Carabinieri della Caserma di Misilmeri se ne salvarono appena 8. Gli altri furono barbaramente trucidati dal popolo in rivolta.
Il 20 settembre, diffusasi la notizia della rivolta a Palermo, i contadini di Misilmeri, guidati dai banditi Domenico Giordano e Giovanbattista Plescia insorsero, assaltando la Caserma dei Carabinieri i quali si rifiutarono di trattare con i ribelli, allora iniziò un combattimento che durò 24 ore . I carabinieri, bloccati da tutte le parte ed avendo consumato le munizioni, issarono – in segno di resa – una bandiera bianca.
Ma gli insorti abbattuto il portone della Caserma di Via La Masa cominciarono a sparare uccidendo alcuni carabinieri. Quelli che riuscirono a fuggire furono intercettati e barbaramente massacrati. Gli altri che erano in servizio di pattuglia esterna riuscirono a ripiegare su Palermo.
Un Carabiniere, intercettato e riconosciuto dalle donne, venne ucciso barbaramente a colpi di pietre ed a morsi, all'interno dei lavatoi pubblici. I corpi di due Carabinieri vennero squartati, le membra appesa ai ganci di un macellaio. Le teste di alcune delle vittime vennero fatte rotolare in piazza, altre montate su bastoni, portate in processione per le vie principali di Misilmeri.
Morirono i Carabinieri : AMENTA Sebastiano, ARMANO Giovanni, BOZZANGA Orazio, BRIA Giovanbattista, CARIA Francesco, CASTAGNA Luigi, CIACCI Tommaso, DI SALVO Carmelo, CALIPÒ Rosario, LA GRECA Ferdinando, TRECCANI Santo, LAZZARINI Giovanni, MACCIA Luigi, MAMELI Salvatore, MORALE Sebastiano, PRAGA Stefano, RAPPIERI Florio, SANNA Antonio, SESSINI Antonio, SASSELLA Giuseppe, TARULLI Giuseppe.
3. A questi Carabinieri va rivolto un pensiero di ringraziamento per aver immolato la propria vita per la crescita sociale e legale della terra di Sicilia.
Il comportamento dei Carabinieri durante Rivoluzione del sette e mezzo”, ove 42 di questi morirono nell’adempimento del dovere, costituisce una pagina di eroismo dell’Arma, poco nota agli italiani.
Ad otto anni di distanza da quel tragico giorno, il sindaco di Misilmeri, Cav. Vincenzo Sparti, chiese l’autorizzazione al Prefetto di potere esumare le salme dei caduti per dare loro una degna sepoltura al cimitero.
Il 22 dicembre 1874 venne innalzato un cippo in memoria dei caduti nel camposanto di Misilmeri.
In un difficile contesto socio-politico come quello dei primi anni dell’unità d’Italia, con la popolazione siciliana troppo spesso oppressa dell’azione dello Stato e, così, facilmente condizionata da gente di malaffare che sfruttava la disperazione delle classi più deboli, i Carabinieri comunque mantennero alti i valori del dovere e della legalità, fino all’estremo sacrificio della vita.
Anche grazie al fulgido esempio di questi ragazzi, dimenticati da molti, che oggi vive in Sicilia la cultura della democrazia. A queste vittime va rivolto un affettuoso, doveroso pensiero.

1 commento:

  1. La rivolta di Palermo è passata alla storia
    come quella del “Sette e Mezzo”, perché tanti
    erano stati i giorni dell’insurrezione armata.
    I giornali italiani nascosero il massacro dei
    siciliani e stamparono poche righe con caratteri
    minuti a fondo pagina. I giornali francesi, spagnoli
    e inglesi riportarono i fatti con una certa
    tempestività; ma si limitarono a scrivere che si
    era trattato di una rivolta repubblicana ad opera
    di bande di briganti (la solita etichetta!). Il
    Giornale di Sicilia, da sempre filogovernativo,
    sostenne la tesi che di bande di fuorilegge si era
    trattato. Su proposta dell’editore Ardizzone indisse
    una colletta per i soldati piemontesi morti negli
    scontri e per le loro famiglie. Furono raccolte
    10.750 lire. Per i siciliani fu sufficiente la fossa
    comune al Cimitero dei Rotoli.

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