In duemila anni di cristianesimo si sono sviluppati rapporti anche molto conflittuali fra due delle principali religioni monoteistiche del mondo. Recentemente, il cambio di rotta – che ha condotto a rapporto meno conflittuali fra le due fedi sorelle, si è però inserito in un contesto difficile da un punto di vista politico. L’Israele democratico, multietnico e multireligioso di oggi fa paura a quanti “devono” vedere ancora lo Stato ebraico dissociato dalla cultura “pacifica” dell’ebraismo della diaspora, dove gli ebrei erano vittime e non potevano diventare perciò carnefici (da qui tante battaglie filopalestinesi e filoisraeliane degli anni Settanta e Ottanta. La Gerusalemme, la regina dei monoteismi, è terreno sempre per una difficile convivenza. E se questo è vero dal punto di vista politico, dove io dico “Israele, nonostante tutto” (e critico fortemente questa avversione quasi universale verso la destra israeliana tout court, ritenuta a torto incapace di avvicinarsi alla pace), lo è ancora di più sotto il profilo religioso. Su cui pesano il significato del rapporto del ritorno da Israele a Sion (cioè il rapporto fra popolo ebraico e Terra d’Israele) o un giudizio definitivo sulla Shoah, lo sterminio del popolo ebraico ( e non Olocausto, termine che mal si attaglia al concetto di sacrificio). Ma vi sono alcuni aspetti molto chiari nei rapporti tra cristianesimo ed ebraismo. Qui, mi piace citarne, per mia memoria, prima che per quella di altri, in una serata in cui riflettevo davanti agli ennesimi raid, alle ennesime immagini di guerra, alcuni.
Intanto la chiesa cattolica ha affermato la validità perenne dell’Alleanza del Sinai, l’ebraicità di Gesù, la relazione di Gesù con la Legge biblica.
Non pensate che io sia venuto
Ad abolire la Legge e i Profeti;
non sono venuto per abolire,
ma per dare compimento (Matteo 5, 17-18)
Con i tanto bistrattati Farisei Gesù condivideva i metodi di lettura e di interpretazione delle Scritture. Inoltre, la chiesa cattolica oggi riconosce l’ebraismo come realtà attuale e non solo storica. Da tempo, poi, è stata rigettata l’accusa di deicidio, che ha perseguitato gli ebrei per secoli sulla scorta di dubbie intepretazioni della frase “popolo dalla dura cervice” o degli scritti di Tertulliano (“Contra Judaeos”) e di Giovanni Crisostomo. Giovanni Paolo II ha chiamato nel 1986 gli ebrei “fratelli maggiori” e nel 1993 ha presentato persino un accordo per relazioni diplomatiche.
Perché l’antiebraismo? Ma cosa si può pretendere da un popolo di ignoranti se la chiesa in taluni periodi oscuri della sua storia, di cui ha fatto, peraltro, pubblica ammenda (Giubileo del 2000, apparve il documento “Memoria e riconciliazione: la Chiesa e le colpe del passato”), al Venerdì Santo faceva risuonare l’invito a pregare pro perfidis judaeos….Oggi si prega perché Dio aiuti i fratelli ebrei a “progredire nell’amore del suo Nome e nella fedeltà alla sua Alleanza”. E sulla Shoah, nel 1998, l’allora cardinale Joseph Ratzinger, scrisse: “nei secoli si erano accumulati pregiudizi e così si tollerarono più facilmente le aggressioni contro gli ebrei. Questa mancanza dei cristiani non è la radice immediata dell’Olocausto, ma ha facilitato questo crimine”. Il nazismo, secondoRatzinger, aveva una ideologia atea e anticristiana: la distruzione del popolo di Israele, oltre ad un crimine in sé, era pure il tentativo di distruggere il cristianesimo, che Hitler definiva “la giudaizzazione della razza umana”. Ebbene, è a questa giudaizzazione che vorrei fare riferimento sulla scia di una bella lettura di un vecchio articolo de La Stampa a firma Arthur Hertzberg “Il Messia dirà chi ha ragione”, del 1992, era il copresidente dell’associazione per i rapporti fra Ebrei e Vaticano, che ho ritrovato fra i miei vecchi ritagli. Innanzi tutto, scrive che “coloro che credono in una verità rivelata che discenda da Dio non possono essere relativisti, ma assolutisti a proposito della propria tradizione. Ma i credenti possono vivere insieme solo se acconsentono ad aspettare i giorni del Messia”. Fino a quel giorno, dovremo agire in base alla convinzione che tutte le grandi tradizioni religiose – e non solo quelle bibliche – sono volute da Dio per un suo scopo. E aiutarci l’un l’altro. “E’ teologicamente e moralmente inaccettabile, dice Hertzberg, qualunque altra concezione”.
Per questo motivo fra i cristiani dovrebbe crescere la conoscenza della cultura prevangelica, anteriore alla distruzione del Tempio nel 70 dell’era volgare. Non a caso nelle nostre liturgie risuonano i salmi e gli altri testi dell’Antico Testamento. L’antiebraismo che ha serpeggiato nella chiesa cristiana è doloroso, ma non dimentichiamo che c’è pure un anticristianesimo ebraico, che ci precede da un punto di vista cronologico. E qui ricordo le persecuzioni fomentatete dai giudei all’interno dell’Impero romano di cui si parla negli Atti degli Apostoli). Sui cristiani giudaizzanti si accese fin dall’inizio un odio che condusse a tragiche conseguenze.
La svolta storica, nel Concilio di Gerusalemme, quando dal confronto fra la posizione universalistica di Paolo e quella fra i più intransigenti fra i cristiani giudaizzanti, che chiedevano la circoncisione per i gentili che si convertivano, si attua a svolta storica: “Abbiamo deciso, lo Spirito Santo e noi, di non imporvi nessun altro obbligo al di fuori di queste cose necessarie: astenervi dalle carni offerte agli idoli, dal sangue, dagli animali soffocati e dalla impudicizia” (Atti degli Apostoli 15, 28-29).
Elementi comuni fra cristianesimo ed ebraismo? Tentò una sintesi valida ancora oggi l’allora arcivescovo di Milano, il cardinale Carlo Maria Martini:
1) la fede di Abramo e dei patriarchi nel Dio che ha scelto Israele ;
2) la vocazione alla santità e la necessaria conversione del cuore;
3) la venerazione per le Sacre Scritture;
4) la tradizione di preghiera, pubblica e privata;
5) l’obbedienza ai Comandamenti;
6) la testimonianza resa a Dio nei confronti degli uomini sino al martirio se necessario;
7) il rispetto e la responsabilità di fronte a tutto il creato, l’impegno per la pace e il bene dell’umanità intera, senza discriminazioni.
Cosa ci distingue?
1) in Gesù morto e risorto i cristiani adorano il Figlio unigenito e prediletto del Padre, il Messia redentore dei popoli tutti che ricapitola in sé tutto il creato. Ma la speranza nel futuro messianico, invece che allontanarci, in definitiva ci unisce sempre di più. Gerusalemme, dunque, nostra chiesa-madre.
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