MISILMERI. Un delitto imperfetto. Fin dall’inizio è stato definito così dalle stesse forze dell’ordine che hanno eseguito le indagini sull’omicidio di Damiano Vitrano, un ottantenne di Misilmeri, avvenuto il 21 gennaio dello scorso anno. I carabinieri della compagnia di Misilmeri riuscirono ad acciuffare ed inchiodare alle proprie responsabilità l’esecutore dell’efferato delitto in poche ore. L’altro ieri sera il Gup di Termini Imerese Angela Lo Piparo lo ha condannato, in rito abbreviato, a sedici anni di reclusione. Giusto Bono, 68 anni, anch’egli di Misilmeri, è stato ritenuto colpevole di omicidio volontario ed incendio di cadavere per fini di occultamento. Il pubblico ministero, Giacomo Urbano, aveva chiesto 24 anni di reclusione.
Era il 21 gennaio del 2008 quando i familiari di Damiano Vitrano ne avevano denunciato la scomparsa ai carabinieri di Misilmeri, che ritrovarono il suo corpo carbonizzato nelle campagne tra Misilmeri e Bolognetta, in contrada Catena. A permetterne l’identificazione fu la sua carta d’identità, anche se parzialmente bruciata, trovata nei pantaloni dell’uomo.
Dopo oltre sei ore di interrogatorio Giusto Bono, all’epoca 67 anni, venne sottoposto a fermo di indiziato di delitto dai carabinieri di Misilmeri per l'omicidio di Damiano Vitrano. Incalzato dalle domande e dalle contestazioni dei militari, alla presenza dell'avvocato e del magistrato, ammise le sue responsabilità. Il provvedimento di fermo venne disposto dal sostituto procuratore di Termini Imerese Marco Luzi. Le indagini avevano condotto i militari a casa di Bono dopo che erano stati raccolti elementi che indicavano che, a causa delle frequenti liti, fra i due non correva buon sangue. Giusto Bono, all’arrivo dei carabinieri, presentava delle ecchimosi e delle ferite al volto e alle mani, conseguenza di una probabile colluttazione. Inoltre, indossava dei pantaloni con evidenti tracce di sangue. Da una prima verifica, si scoprì che i due erano venuti alle mani nel corso della giornata per motivi banali. Nel corso della violenta lite Vitrano sarebbe caduto battendo la testa contro il muro, rimanendo esamine al suolo. Bono, a quel punto, accecato dalla follia, avrebbe cosparso il corpo della vittima con della benzina dandogli fuoco. Dopo di che sarebbe tornato a casa.
L’altro ieri, la sentenza. Per l’avvocato Salvatore Sansone, del Foro di Termini Imerese, difensore delle parti civili, un solo rammarico: “Avremmo preferito una pena detentiva finale certo più consistente – afferma -, registriamo comunque il sostanziale accoglimento di tutte le richieste delle parti offese. L'imputato è stato riconosciuto colpevole per omicidio volontario aggravato e con questa base giudiziale procederemo ora civilmente per il risarcimento di ogni danno morale e materiale della famiglia Vitrano". Le parti civili sono la moglie di Damiano Vitrano, Giuseppa Cimò, e i due figli, Agata e Rosario Vitrano. I tre hanno richiesto la condanna con risarcimento dei danni patrimoniali e morali. Richieste che sono stare rimesse davanti al giudice civile per le specifiche quantificazioni. A Giusto Bono il gup ha concesso le attenuanti generiche, condannandolo a sedici anni di reclusione con il pagamento delle spese processuali e di quelle per il mantenimento in carcere. A pena espiata, Bono dovrà essere sottoposto a tre anni di libertà vigilata.
Era il 21 gennaio del 2008 quando i familiari di Damiano Vitrano ne avevano denunciato la scomparsa ai carabinieri di Misilmeri, che ritrovarono il suo corpo carbonizzato nelle campagne tra Misilmeri e Bolognetta, in contrada Catena. A permetterne l’identificazione fu la sua carta d’identità, anche se parzialmente bruciata, trovata nei pantaloni dell’uomo.
Dopo oltre sei ore di interrogatorio Giusto Bono, all’epoca 67 anni, venne sottoposto a fermo di indiziato di delitto dai carabinieri di Misilmeri per l'omicidio di Damiano Vitrano. Incalzato dalle domande e dalle contestazioni dei militari, alla presenza dell'avvocato e del magistrato, ammise le sue responsabilità. Il provvedimento di fermo venne disposto dal sostituto procuratore di Termini Imerese Marco Luzi. Le indagini avevano condotto i militari a casa di Bono dopo che erano stati raccolti elementi che indicavano che, a causa delle frequenti liti, fra i due non correva buon sangue. Giusto Bono, all’arrivo dei carabinieri, presentava delle ecchimosi e delle ferite al volto e alle mani, conseguenza di una probabile colluttazione. Inoltre, indossava dei pantaloni con evidenti tracce di sangue. Da una prima verifica, si scoprì che i due erano venuti alle mani nel corso della giornata per motivi banali. Nel corso della violenta lite Vitrano sarebbe caduto battendo la testa contro il muro, rimanendo esamine al suolo. Bono, a quel punto, accecato dalla follia, avrebbe cosparso il corpo della vittima con della benzina dandogli fuoco. Dopo di che sarebbe tornato a casa.
L’altro ieri, la sentenza. Per l’avvocato Salvatore Sansone, del Foro di Termini Imerese, difensore delle parti civili, un solo rammarico: “Avremmo preferito una pena detentiva finale certo più consistente – afferma -, registriamo comunque il sostanziale accoglimento di tutte le richieste delle parti offese. L'imputato è stato riconosciuto colpevole per omicidio volontario aggravato e con questa base giudiziale procederemo ora civilmente per il risarcimento di ogni danno morale e materiale della famiglia Vitrano". Le parti civili sono la moglie di Damiano Vitrano, Giuseppa Cimò, e i due figli, Agata e Rosario Vitrano. I tre hanno richiesto la condanna con risarcimento dei danni patrimoniali e morali. Richieste che sono stare rimesse davanti al giudice civile per le specifiche quantificazioni. A Giusto Bono il gup ha concesso le attenuanti generiche, condannandolo a sedici anni di reclusione con il pagamento delle spese processuali e di quelle per il mantenimento in carcere. A pena espiata, Bono dovrà essere sottoposto a tre anni di libertà vigilata.


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